EDITORIALE

17
feb

di Marco Ruggi

Quando recentemente ho letto che Massimo Gramellini passava al Corriere della Sera, ho provato sconcerto. Ma come, Gramellini è La Stampa! Il Buongiorno di Gramellini, che ogni dì si trovava in prima pagina del quotidiano torinese costituiva da solo la ragione per l’acquisto del giornale, necessità di lettura al pari della briosce del mattino. Per circa trent’anni Gramellini è stato a La Stampa.

Non entro nel merito del perché se ne è andato, ma parto da Lui per aprire un ragionamento sul cambiare occupazione di lavoro. Se Gramellini potrebbe fare scalpore per la dedizione ad un unico luogo di lavoro, che certamente ha contribuito alla sua crescita professionale, non certo avviene così per le più svariate situazioni dove il cambiare è la norma.

Avviene nell’editoria, in televisione, in politica dove il cambio di casacca non più imbarazza, nell’industria, nel commercio, nei servizi, nelle assicurazioni   e magari tra un po’ lo vedremo pure in ambito religioso tanto sono diventati veloci i cambiamenti, anche quelli più improbabili.

D’altro canto, per i giovani che cercano occupazione il cambiare fa parte della flessibilità necessaria per rimanere occupati. Addirittura nell’ambito familiare l’ultimo mezzo secolo ha invertito le situazioni, stante che sono sempre meno le coppie che resistono unite.

Eppure,   esiste ancora un settore lavorativo dove  il cambiamento del luogo di lavoro risulta una eresia, un forzatura inaccettabile della deontologia professionale. Il mondo di cui parlo è il nostro. Il perito professionista, titolare di studio o società, non accetta che un collega possa sottrargli un collaboratore od un dipendente e neppure considera che la decisione ultima è del collaboratore medesimo. Non accetta neppure di ascoltare possibili soluzioni aggregative per affrontare le nuove esigenze di mercato; ma questo è un altro discorso ancora.

Prima di scrivere mi sono documentato un filo e penso di avere concluso che l’esclusiva di tale mentalità malata  è proprio riservata a noi periti. Malata, perché l’assunto del convincimento che sostenere colloqui di lavoro con collaboratori di altri studi è attività predatoria, come mi ha recentemente scritto un collega, è sentimento di possesso verso i sottoposti. A cui si aggiunge la prevaricazione nel  vantare diritti verso spazi territoriali o committenze storiche. La conclusione di maggior spessore che siamo oramai abituati sentire riferita ad un collega è: – “quel c……e mi ha rubato il collaboratore, mi ha rubato il lavoro di una Compagnia”.

Mi sento di congratularmi con un bravo, per quel c……e. Non c’entra nulla la deontologia e lo sostengo io il cui riferimento è ordinistico. Semmai esiste solamente una logica di buone maniere, di rispetto reciproco  che contraddistingueva i professionisti di un tempo già pregni di lavoro, di lavoro di alto reddito, che poco avevano obblighi verso la competitività. Io non prendo i tuoi e tu non prendi i miei, era anche un modo per tenere ingessato il mercato e vincolate a se le persone.

Oggi che anche nel nostro comparto vige la regola della domanda offerta, c’è chi ha bisogno di aggiungere maestranze e ci sono maestranze che valutano se cambiare. In questa necessità lavorativa, aggiungerei umana per la voglia naturale di cambiamento, sussiste  qualcosa di malsano? Lo stravolgimento è tale nel nostro settore che come esiste il calciomercato, per noi è partita la stagione della periziamercato.

Un tempo l’ambizione del collaboratore di studio era mettersi in proprio, oggi che non è più possibile, l’affermazione passa nel trovare una sana società peritale dove andare a collocarsi, per se, per la propria famiglia. Si, perché il perito bravo è ricercato nell’odierno e pure ben pagato. Peccato manchi proprio al perito la consapevolezza di essere in assoluto la professionalità più completa sul mercato, per il connubio di capacità tecniche e risolutive. Per contro anche la più desueta.

Il perito è vintage. Ma anche questo è argomento che merita altro scritto.  Sinceramente, non mi fa sentire meno galantuomo o comunque in difetto verso chicchessia, se svolgo attività imprenditoriale di recruiting. La selezione di personale parte sempre dal desiderio di qualcuno a candidarsi, mai l’inverso. I siti di cerca lavoro  presentano ultimamente una forte domanda di periti assicurativi. Oltre a fare perizie il perito del XXI secolo dovrebbe anche guardarsi intorno per quanto sta succedendo.

Purtroppo ancora sento ripetere che il mercato è fatto di corsi e ricorsi storici; che tutto tornerà come prima; che le Compagnie ripiegheranno verso la perizia come da sempre la conosciamo. Se l’illusione serve a fare stare bene, allora stiamo sereni nell’immobilismo. Se invece qualche dubbio sussiste, fermatevi e documentatevi: vi commissiono la perizia “stima e disamina del tuo studio – business plan a tre anni”. Appena prima della missiva del collega che mi richiamava alla deontologia accusandomi di depredare il suo studio, peraltro neppure vero, sono stato piantato in asso nell’arco di una settimana e con abbandono telefonico, da un mio responsabile di zona che ha lasciato d’amblè un progetto condiviso per tornare da dove era venuto. In metafora, il marito che mette casa con l’amante e poi torna dalla moglie. L’amante si incazza non perché te ne vai, tanto neppure eri buono a letto, ma perché ha investito soldi per mettere su casa con te. Il perito mercenario sarà figura sempre più ricorrente nel nuovo che arriva. Ma questo fa parte del fare impresa, del rischio imprenditoriale di investire nelle risorse umane.

Il perito che rifiuta di almeno provare a fare l’imprenditore sarà il professionista destinato a cambiare lavoro o trovare occupazione presso le società nascenti. Diventa indispensabile abbandonare i se ed i ma. Caro perito assicurativo vivi nel presente, non crogiolarti nel com’era o nelle fantasie di come sarà. L’incertezza è oramai la quotidianità.

Assit e l’Osservatorio possono essere momento di confronto,  per cui caro perito scrivi e biasimami pure quanto ritieni, serve a te, serve a tutti per il confronto necessario alle sfide del periodo.

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